Teatro

Immenso Pasolini

Sotto la sapiente direzione del regista Manni, una raccolta di parole e musica del più grande intellettuale del dopoguerra

Quel viso ossuto a tratti cupo, pensieroso, che muta lasciandosi andare a timidi sorrisi. Gli occhi accesi, avidi di realtà, che guardano ferocemente verso il mondo, come per sfidarlo. Gli zigomi pronunciati, la mascella, le guance scarne. Un volto che porta i segni dell’aver scelto di “gettare il corpo nella lotta”. Tale è l’energia che investe chi si imbatte in quel volto, ogni volta che si guardano le foto di Pier Paolo Pasolini. Mentre si muove, mentre sta fermo. Mentre discute, mentre tace. Mentre guarda. Con in mano una macchina da presa o con la faccia tra le dita trapela sempre questa “disperata passione di essere nel mondo” (Le ceneri di Gramsci) lo ha accompagnato fin dall’inizio della sua strada, facendosi criterio di esistenza, di conoscenza,. Si leggevano delle domande.  Pasolini interrogava e si interrogava. “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato”, scriveva (Il pianto della scavatrice, 1957). Uno sguardo sempre lucido uno sguardo in continuo movimento, pieno di echi antichissimi Uno sguardo che ci “riguarda”, ancora. Ed è stata una serata davvero speciale quella dedicata a Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975), poeta, drammaturgo, regista, scrittore, che ha chiuso l’estate milanese nel suggestivo palcoscenico open air di “Menotti in Sormani”.

Un reading con musica dove la parola del più scomodo intellettuale italiano del dopoguerra, arriva intensa, forte e necessaria nel centenario della sua nascita. Partendo dal titolo scelto per lo spettacolo, Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo, un verso di struggente bellezza estrapolato da una celebre canzone scritta da Pier Paolo Pasolini e interpretata da Domenico Modugno per il film Che cosa sono le nuvole. Sul palco, sotto un cielo minaccioso di temporale, l’attore e regista piacentino (ancorché direttore artistico del Teatro Verdi di Fiorenzuola), Mino Manni, 54 anni, accompagnato da due musiciste, Silvia Mangiarotti (violino) e Francesca Ruffilli (violoncello) e dalla giovane cantante Elisa Del Corso. Un evento non per parlare di Pasolini, ma per sentir parlare Pasolini. Manni si affida al solo leggio, e alla sua voce profonda e ferma. La parola non è declamata né enfatizzata, ma posta al centro della scena, non come esercizio di stile o eco letteraria, ma per la potente carica evocativa che impone. Manni riesce a raccontare Pasolini con castissima intimità e rispetto. E sembra perseguire proprio quell’ intento che Pasolini auspicava per il suo manifesto del nuovo teatro: “l’attore del Teatro di Parola dovrà fondare la sua abilità sulla capacità di comprendere veramente il testo e divenire così un “veicolo vivente del testo””.

Musica e parole si alternano, si intrecciano, si inseguono, si moltiplicano (“Vorrei essere scrittore di musica”, diceva Pasolini) così come fanno eco e risuonano in noi le parole dell’autore. Il primo brano cantato dalla brava Elisa Dal Corso è Febbraio. Una delle prime poesie friulane: “Senza foglie era l’aria, canali pianelli, gelsi. Si vedevano lontani i borghi sotto i chiari monti. Stanco di giocare, sull’erba, nei giorni di febbraio, mi sedevo qui, bagnato dal gelo dell’aria verde”. Intensa Cristo al Mandrione (“Gesu Cristo guardame tutta zozza de pianto abbi pietà de me, io che non so gnente”) una delle canzoni in dialetto romanesco scritte da Pasolini per Laura Betti (con la musica di Piero Piccioni). Con il chitarrista Mattia Signaroldi. Dal Corso si cimenta con una serie di arie amate da Maria Callas tratte dal Rigoletto opera che Pasolini con Ninetto Davoli era andato a sentire negli anni Sessanta alle Terme di Caracalla. E poi la musica di Johann Sebastian Bach che ha impiegato come colonna sonora di alcuni suoi importanti film, tra i quali Accattone, Il Vangelo secondo Matteo.

Davvero difficile ripercorrere la “scaletta” dello spettacolo. La riassumo per temi: il rapporto conflittuale con il padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria, l’amore assoluto per la madre Susanna, maestra (“il tuo amore è la mia schiavitù), gli anni trascorsi a Casarsa in Friuli, “un paese di temporali e di primule”, le corse in bicicletta lungo il Tagliamento, è il luogo d’origine della madre Susanna dove Pasolini trascorre alcuni anni della sua infanzia e tante vacanze estive, e dove si stabilisce dal 1943 al 1950. La morte del fratello minore Guido, ucciso a diciannove anni da partigiano della Brigata Osoppo, dai i partigiani comunisti sloveni dopo l’eccidio di Porzûs. Lo scandalo della omosessualità alla saga del Ramoscello da cui si origina il primo processo per atti osceni in luogo pubblico e per corruzione di minorenni, con l’espulsione dal PC per indegnità morale e l’allontanamento dall’insegnamento (era professore nella scuola media statale di Valvasone). La fuga da Casarsa all’alba di una fredda notte di gennaio raggelata sotto la coltre di neve, con la madre verso Roma, “stupenda e misera città” con le sue sterminate e degradate periferie fra enormi casermoni e prati secchi abbondanti. Anni in cui insegna a Ciampino per ventimila lire al mese, in una scuola media, e vive inizialmente nella zona di Ponte Mammolo, non lontano da Rebibbia. “Povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna, stretto ogni giorno in un autobus rantolante”. L’eros disperato e vitale per i ragazzi che vivono nelle borgate.

Le poesie che Pasolini dedicò a Maria Callas inserite nella raccolta Transumanar e organizzar (ma ben pochi percepirono a chi fossero indirizzate, la Divina non viene mai chiamata per nome). “Per me c’è un vuoto nel cosmo / un vuoto nel cosmo / e da là tu canti”. E ancora: il polemista corsaro che dalle pagine del “Corriere della Sera oppone la nostalgia della  purezza che promana dal mondo contadino della sua giovinezza, a una modernità tragica di una società omologata dal consumismo “che appiattisce identità, coscienze, linguaggi””.  “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora, il fascismo”, scriveva. Fino alla tragica morte all’idroscalo di Ostia la notte tra l’1 ed il 2 novembre 1975, in un campetto da calcio sterrato del litorale ostiense. Pasolini è morto così, con la testa fracassata da colpi inferti con una tavola di legno. Poi travolto e schiacciato dalle ruote di un’auto, che gli aveva sfondato la cassa toracica e il cuore. Ci fu un unico colpevole ufficiale Pino Pelosi, all’epoca del delitto aveva 17 anni, ma la dinamica dell’omicidio non è stata mai del tutto veramente chiarita e la sua morte tuttora trascina dietro di se l’ombra di un delitto irrisolto.

Si avverte uno strano brusio nella penombra. Il pubblico resiste ad alzarsi. Come volesse sentire ancora la voce di questo poeta friulano, la sua voglia di stare in mezzo alle cose, di viverle in prima persona, non solo di raccontarle (“era dappertutto con la sua passione di tutto”, dice di lui un verso di Andrea Zanzotto). Se ne esce con una vaga sensazione di vuoto, la percezione di un posto vacante in una società che avrebbe ancora bisogno di qualcuno che dia scandalo, che sia pietra di inciampo, come solo Pasolini sapeva fare, con le contraddizioni e i paradossi delle sue provocazioni corsare. I suoi sorrisi timidi.

Ecco a seguire la nostra chiacchierata con Mino Manni

Partiamo dal titolo dello spettacolo: Tutto il mio folle amore, lo soffia il cielo…

E’ il verso estrapolato da una celebre canzone scritta dallo stesso Pasolini, cantata da Domenico Modugno, inserito nel finale di Che cosa sono le nuvole?’, all’interno del film a episodi Capriccio all’italiana uscito nel 1968. E un testo di struggente bellezza, liberamente ispirato dall’Otello di Shakespeare. Insieme a Totò, Ninetto Davoli, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Adriana Asti, Laura Betti compare anche Domenico Modugno nei panni di un monnezzaro che a bordo del suo camioncino trasporta in discarica uno stock di rifiuti fra cui due marionette, quella di Jago (Totò) e quella di Otello (Ninetto Davoli) dove i due scopriranno per la prima volta il cielo e le nuvole.  Nel guidare, Modugno canta con struggimento lirico irresistibile. E’ stato il primo film di Pasolini che ho visto da ragazzo. Pasolini riaffermò di continuo che solo da una scintilla di follia d’amore – autentica adesione o indignazione autentica – può scaturire la poesia vera, e ogni verità politica, sociale o personale. Intorno a questo folle amore, ho cominciato a costruire lentamente lo spettacolo.

Perché Pasolini?

Pasolini è stato coscienza critica, nel brusco passaggio dalla cultura contadina alla società dei consumi. e lo è ancora, coscienza critica illuminante per orientarsi perfino in questo mondo talmente diverso dal suo. Intellettuale graffiante, sincero, attraversato da infinite contraddizioni, dubbi, amarezze, non asservito al potere Pasolini è “eternamente contrario”, inclassificabile negli schemi binari in cui, oggi più che mai, tendiamo a ordinare il mondo. E’ però diventato impossibile continuare a parlare di Pasolini se prima non si distingue l’autore dal racconto che ne è stato fatto. Molto è stato scritto su di lui e la sua opera, forse troppo e in non pochi casi travisandolo. Dopo la sua tragica morte, è diventato l’intellettuale più citato e meno letto d’Italia. Ne sono venute fuori tante figurine.. Ognuno ha preso il frammento che più gli faceva comodo e l’ha dilatato fino a farne l’intera immagine. E’ proprio per questo che lo spettacolo si basa solo sui suoi scritti, le poesie, le sceneggiature e le lettere senza intromissioni, commenti o fraintendimenti. Il modo migliore di ricordare Pier Paolo Pasolini nel centenario della nascita era quello di usare le sue stesse parole, disseminate in centinaia di opere. Non c’è parola, virgola, capoverso che non provenga dalla sua opera. Il mio vuole essere, è, un atto d’amore sincero.

Il fil rouge di questo montaggio?

Confesso la difficoltà dell’impresa di cucire in un testo coerente una selezione dalla sterminata massa dell’opera pasoliniana. Impossibile ritagliarne un frammento: l’opera parla nella complessità della sua magmaticità. Si tratta dunque di una cernita che non ha certo l’ambizione di dire tutto in modo completo. Per me, però, era importante che la parola poetica avesse un corpo centrale all’interno del reading. Perché nonostante Pasolini sia riuscito a mettere in campo i propri talenti sotto tante forme, la definizione più autentica dell’enigma-Pasolini l’ha data Alberto Moravia che durante il suo funerale urla: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta”.   Lo stanzone sopra l’antico deposito delle vinacce della distilleria del nonno materno, è il luogo in cui nascono le prime poesie. Alla scuola media a Sacile viene rimandato in italiano perché il suo tema è “troppo poetico”. Pubblica a sue spese il suo primo libro di poesia Poesie a Casarsa in dialetto friulano nel 1942 con la traduzione in italiano. La poesia è presente certamente nelle sue opere teatrali, scritte in versi, e nel suo cinema, cinema di poesia appunto lo definiva lui stesso. Nessun poeta, autore, artista è mai stato così tanto “corpo e incarnazione della parola”.

La sua migliore eredità?

Questa disperata/passione d’esser nel mondo. Quel furore comunicativo, al contempo gioioso e tormentato. La straordinaria capacità di restituire a alla Parola il suo potere primigenio, quello di “agganciare il mondo e contenerlo in sé”. Ne abbiamo bisogno in un linguaggio oggi sempre più semplificato e ibridato. Tecnologico.

Cosa ha significato per lei la sua figura ?

È uno dei punti di riferimento della mia esistenza da quando ero adolescente. È uno di quegli autori con i quali faccio i conti tutti i giorni. Nella sua opera emerge continuamente un’urgenza di verità. E’ quello che anche io mi pongo ogni giorno nel fare teatro: lavorare sul potenziale della parola. Arrivare al suo centro, al suo splendore segreto di verità. Tutto questo credo che possa tradursi in una possibilità di incontro con il pubblico molto forte.

Eppure succede che in questo mondo sempre più complesso si tenda costantemente a una spaventosa semplificazione. Tutto deve essere rapido, conciso, facile. Ci viene continuamente chiesto di spiegare le cose in due battute.

Oggi c’è una povertà di linguaggio incredibile. L’omologazione del linguaggio è omologazione culturale, sosteneva Pasolini. Per questo dico: riscopriamo davvero Pasolini, solo se e quando riusciamo a risignificare il tempo del nostro presente con altrettanta spietata lucidità. Da quella urgenza di verità occorre ripartire, per liberarci dall’ammasso di inutile chiacchiericcio teso ad omologare lessico e comportamenti, e spegnere idee, pensieri e visioni, divergenti.

Non gli è stato perdonato il suo aver dato scandalo con le idee come con la sua vita. Ha avuto 33 processi a suo carico, e si rimane colpiti sia dalla varietà dei reati ascritti, dal vilipendio della religione al reato di oscenità, addirittura alla rapina a mano armata a un distributore di benzina. Quasi tutta la sua produzione cinematografica è stata contrassegnata da denunce, polemiche, sequestri, processi, conflitti con le commissioni di censura.

La verità si può dire solo facendo la verità, anzi, facendo di se stessi la verità. Pasolini la sua vita la visse così, totalmente vera e onesta con la natura del suo essere anche contradditorio e del proprio agire e all’ insegna della verità. E’ questo il vero scandalo , la pietra di eresia di Pasolini: una natura eretica ed anarchica che rifiuta ogni dogmatismo e ideologismo, ogni quieta appartenenza partitica, nella contraddizione perenne che non gli permetteva di aderire a nulla se non alla propria tormentata coscienza. Dando scandalo anche di mitezza.

Pasolini disse: Sono una forza del passato.

Pasolini i è certamente nostalgico, ma non di un mitico tempo passato e perduto che sarebbe da recuperare ma di un uomo perduto. E’ in cerca dell’uomo vivo. Ha nostalgia di ciò che ancora è puro e incontaminato. Del senso del sacro che permea ogni singola esistenza.

ll film che ha amato di più?

Accattone, il primo film di Pasolini (1961) , con il giovane Bernardo Bertolucci in veste di aiuto regista. Mi ricordo chiaramente il mio restare in stato di meraviglioso sbalordimento di fronte all’uso della musica sacra di Bach come colonna sonora (e che procurò feroci critiche dai musicologi e critici musicali al suo manifestarsi, dall’effetto straniante e maestoso, se si pensa che il film parla della vita miserabile e infame del borgataro Vittorio Cataldi, tra tuffi nel Tevere, risse e sbronze che, stremato per la fame, è alla ricerca di una prostituta da sfruttare. Ma è proprio la musica ad innalzare la miseria umana alle dimensioni del sacro. Pasolini ne intravede un senso di sacralità. ” o sentivo, sapevo, che dentro questa degradazione c’era qualcosa di sacro, qualcosa di religioso e Bach mi è servito a far capire ai vasti pubblici queste mie intenzioni”. Il Corale finale dalla Passione secondo Matteo accompagna l’ultima scena, quando Accattone per scampare all’arresto, corre in moto, cade e muore sulla strada: e la sua frase “Ah, mo’ sto bene” è la chiosa solenne del film.

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Pasolini era nato nel ‘22 e Testori nel ‘23. Testori ricorda di avere parlato con Pasolini solo due volte, una nella casa fiorentina del critico d’arte Roberto Longhi, maestro di entrambi e l’altra in trattoria insieme con Luchino Visconti. Possono essere molto diversi e al contempo simili nella denuncia di un potere e di una classe borghese, totalmente vuota, priva ormai di ogni valore. Entrambi amavano le periferie, uno quelle di Roma, l’altro quelle di Milano. Sempre dalla parte degli umili, dei disperati, i poveri, il sottoproletariato. Entrambi cercano e inseguono la parola, in cui la parola smette di essere verbo e si tramuta in corpo, carne, materia umana, una lingua impastata di dialettismi. L’altra cosa che unisce Testori a Pasolini è la loro omosessualità vissuta con ardore, senza nasconder nulla. Entrambi censurati dal potere. Ma impossibile far tacere. La dimensione del sacro e della sua perdita la consapevolezza del tanto di misterioso che ogni vita possiede, costituisce una costante intrinseca della visione del mondo pasoliniana. Mi pare invece che Testori, polemico fino alla bestemmia, senta pur sempre l’incombere di un Dio, a metà fra un Dio astratto e quello incarnato. Pasolini scese in campo in difesa di Testori dell’Arialda (1960) storie di popolane e di prostituzione nella periferia milanese, venato anche di tematiche omosessuali. Lo spettacolo venne bloccato dalla censura per immoralità, suscitando un vero e proprio scandalo, un grande clamore sulla stampa. Sull’atroce morte di Pasolini, Testori scrisse un dolente articolo pubblicato dall'”Espresso” il 9 novembre 1975 su cosa muoveva la loro fame d vita “a rischio della vita”.

Pasolini e Callas. Oltre al film Medea, alle poesie di Pasolini e le tante lettere che si sono scambiati,  rimangono di quel rapporto tante foto. Maria e Pier Paolo sorridono, si tengono per mano, si guardano, sembrano felici. Il gossip si scatenò.

Fu il produttore Franco Rossellini a suggerire al regista la Callas per il ruolo da protagonista della Medea. Ma lui era perplesso. E la celebre Diva, pensava di trovare un intellettuale comunista barricadero. Entrambi invece rimangono folgorati l’uno dall’altro. E dal primo sguardo si stabilì un’intesa. La Callas accettò il progetto, scartando proposte cinematografiche, un Macbeth di Visconti, una Tosca di Franco Zeffirelli, un film di Losey sulla sua vita. Pasolini definisce la Callas “una straordinaria apparizione ctonica; portava dentro di sé qualcosa di arcaico, misterioso”. E’ l’incontro di due anime. Due anime sensibili e, in quel momento, fragili. Maria Callas aveva il cuore spezzato da “nove anni di sacrifici inutili” con Onassis che non aveva esitato a lasciarla per sposare Jackie Kennedy., senza nemmeno darle una spiegazione. Pasolini era disperato perché Ninetto Davoli lo stava lasciando per una ragazza. Il rapporto assunse toni di un’intimità tutta particolare, le tenerezze di un amore impossibile. Una dolcezza che si nutriva di confidenze, di attenzioni reciproche. Si davano forza l’un l’altra. Nelle lettere, lei si firma “Maria fanciullina”, lui le scrive “tu sei come una pietra preziosa”. Continueranno a frequentarsi anche dopo aver finito le riprese, fanno un viaggio in Africa con Dacia Maraini e Alberto Moravia. Lei lo ospita nell’isola greca di Tragonisi. Di giorno, in spiaggia, lui la ritraeva su foglietti ripiegati in quattro, intingendo un pennino in infusi di petali di fiori e acqua di mare. Di sera si separano, ciascuno nella sua stanza.

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