Teatro

Il Conte di Carmagnola è passato da Milano

Nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni, è stato portata in scena alla sala La Cavallerizza del Teatro Litta una rilettura originale, della sua prima grande opera

Domina la scena un cavallo di legno (come quello a dondolo dei giochi dei bambini). A simboleggiare subito – della guerra, di ogni guerra – quella dimensione di gioco che diventa, però nella realtà drammatico, barbaro, distruttivo. Il bel fondale, con la cartografia della Lombardia medievale percorsa di fiumi rosso sangue, catapulta nel passato, al campo di battaglia dove si svolse, nel territorio di Brescia, la celeberrima battaglia di Maclodio combattuta nel 1427 tra i mercenari di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, e quelli della Repubblica Veneta comandati da Francesco Bussone, detto il Carmagnola. Fu proprio l’astuzia del Carmagnola (già capitano al servizio del duca di Milano) ad essere decisiva per l’esito della battaglia.

Nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni Alberto Oliva, che ne cura anche la regia, ha fatto la coraggiosa scelta di portare in scena alla sala La Cavallerizza del Teatro Litta di Milano. Con la guerra nel cuore. Una rilettura originale, all’insegna dell’attualità del Conte di Carmagnola, la prima tragedia di Alessandro Manzoni, scritta in versi endecasillabi, composta tra il gennaio 1816 e il dicembre 1819. E non senza ragione l’interpretazione è stata affidata a una sola donna, la brava Rossella Rapisarda. “La guerra è “maschile”, è scatenata da uomini, anche se le donne oggi sono parte degli eserciti, l’immaginario resta maschile. La guerra, gli eserciti, gli scontri fisici, le armi, le divise, così come il linguaggio sono costruiti a partire da quell’immaginario. Volevamo così raccontarla dal punto di vista femminile”, racconta il regista.

Bruno Stori, autore della riscrittura, ha fatto poi incrociare il testo manzoniano con un importante saggio del celebre psicologo di scuola junghiana, James Hillman, Un terribile amore per la guerra. Una riflessione che questi tempi sembrano richiederla più che mai. La guerra è diventata nuovamente protagonista della cronaca quotidiana e delle nostre vite. Prima in Ucraina, oggi a Gaza. Il conflitto è diventato la normalità. Alla guerra ci si abitua. Le immagini drammatiche di guerre, a non tanti chilometri di distanza, scorrono sullo schermo televisivo e forse non scuotono più.

Come si fa ad amare la guerra? Hillman ci guida a una scandalosa verità; la guerra è in ogni epoca una costante della dimensione umana, come pulsione, perché è dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. Occorre prenderne atto. Esserne consapevoli. Scrive Hillman: “Se non entriamo dentro questo amore per la guerra, non riusciremo mai a prevenirla né a parlare in modo sensato di pace e disarmo. Se non spingiamo l’immaginazione dentro lo stato marziale dell’anima, non potremo comprenderne la forza di attrazione”.

In scena, dunque, la brava Rossella Rapisarda che ha saputo ben vestire i panni da giullare shakespeariano. Perché questa è una storia da raccontare facendone capire l’assurdità e anche la drammaticità della guerra. In sella a un cavallo a dondolo, in divisa militare (costumi di Francesca Ghedini) con sciabola di latta sguainata racconta le vicende del conte di Carmagnola con ironia e il disincanto di chi è ormai privo d’illusioni. Smonta e rimonta da cavallo piegando le braccia ed abbassando la testa portandola di lato al collo del cavallo, getta le gambe indietro e le sposta a destra o a sinistra. Felicemente ingarbugliata fra spericolati funambolismi del corpo e della parola, mescolando con consumata abilità tutto il vario repertorio della clownerie (Rapisarda muove i primi passi sul palco alla scuola di mimo di Jacques Lecoq a Parigi) racconta la storia del Carmagnola, il capitano, malgrado i successi militari è accusato di tradimento e dopo aver invano proclamato la propria innocenza di fronte al Doge e ai senatori, viene imprigionato e condannato a morte.

Perché solo un fool shakespeariano può prendersi, finalmente, la libertà di raccontare, tutta la scomodissima verità della forza di attrazione della guerra, dell’eccitante furore della battaglia, della folle energia che sprigiona una carica di cavalleria, della bellezza delle armi, della perturbante spettacolarità di un bombardamento notturno, ma anche di episodi  di altruismi che in tempi di pace sono inimmaginabili, di esperienze di una tale potenza emotiva da far sentire, per la prima volta, davvero vivo chi le ha provate. A dare piena forza alle parole le musiche originali di Marco Pagani. E chiama in causa anche Achille Campanile, che ironizzava dicendo che, se si fa la guerra per arrivare alla pace, il problema allora è la pace. “Guardiamo la guerra con ironia, ridicolizzandola: può essere un modo per farne capire l’inutilità “, afferma il regista Alberto Oliva.

La tragedia si chiude con l’ultimo incontro del Conte Carmagnola con la moglie Antonietta e la figlia Matilde. Bastano pochi gesti, e Rossella Rapisarda diventa la voce del le donne che dalle guerre combattute dagli uomini hanno solo dolore (la guerra è anche guerra alle donne) -Regalandoci un momento struggente, drammatico. Poi l’attrice, parla direttamente alla platea, chiamando in causa Venere e Marte: “Combattiamo con le armi di Venere, emblema della bellezza, dell’amore., della cultura, dell’arte”. Marte. disarmato pacificamente da Venere. Un’immagine potente come l’ultimo dipinto di Jacques-Louis David. Uno spettacolo che conferma (se mai ce ne fosse bisogno) tutta la necessità del teatro come straordinario rito collettivo, umanissimo, di cui continuiamo ad avere bisogno.

 

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