Teatro

Straordinaria Cleopatràs

A Milano è andata in scena lo spettacolo nel centenario della nascita e il trentennale della morte di Testori, uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento

E’ stata una folgorazione. Questa Cleopatràs dal testo di Giovanni Testori per la regia di Valter Malosti, andata in scena con grande successo al teatro milanese  Franco Parenti  (dal 7 al 9 giugno) nel centenario della nascita e il trentennale della morte di uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento. Uno spettacolo in cui sacro e profano, amore e morte giungono ad un punto di fusione incandescente e poeticissimo. Una lettura registica ricca di invenzioni tanto ardite quanto suggestive (del finale, ne parleremo più avanti).  Suggerita anche fin dalla prima scena dalla scenografia di Nicolas Bovey, quando il palco- immerso in un buio atemporale- allude a uno studio televisivo, il set per il videoclip di una popstar, lascia intravedere a tratti sullo sfondo una moderna camera da letto di un albergo di lusso (in cui passare forse una notte a pagamento).Anche la musica esegue un audace viaggio: dalle atmosfere d’Egitto alla Turandot e Madama Butterfly di Giacomo Puccini all’elettronica (progetto sonoro Gup Alcaro). E questa bizzarra combinazione si incastra perfettamente con le parole della donna creando un corto circuito di elementi immaginativi sorprendenti (e risultare anche spiazzanti) tra suono, parola e gestualità. Una Cleopatrás interpretata magistralmente da Anna Della Rosa, posseduta letteralmente dal suo personaggio e che tiene letteralmente la platea incollata alle poltrone, facendole respirare i suoi fiati, riconfermandosi così una delle più interessanti attrici del nostro teatro di ricerca (per fortuna ricco di personalità femminili di grande talento).

Cleopatràs fa parte, insieme a Erodiàs e a Mater Strangosciàs, della trilogia I tre Lai (tre eroine che riemerse dalla morte si raccontano e piangono sul corpo dei loro amato) ed è stata scritta da un Testori alla fine della sua vita, malato e stanco, durante un ricovero nel reparto di oncologia dell’ospedale San Raffaele, e pubblicata poco dopo la sua morte. È il testo dove, più che in altri, lo scrittore si mette a nudo: Cleopatràs è lui, è fatta dalla materia rovente dell’autore, tra la sua identità omosessuale e l’educazione cattolica impartita dalla sua famiglia, il tormento interiore di chi da Dio si sente condannato a una vita di peccato e non trova libertà né nell’obbedienza né nella trasgressione, in una Italia bigotta e ipocrita degli anni 60 che lo opprimeva.

Testori ha riplasmato l’Egitto romano della antichità e dei faraoni sovrapponendolo a struggenti memorie dei paesaggi familiari e domestici dell’autore: la Valassina, Sormano, Lasnigo, Canzo, il lago del Segrino, il Lambro, la Brianza. Un salto mortale incredibile, eppure poeticamente credibile, e si accavallano i fasti dell’ultima sovrana di Egitto, donna di potere, irresistibilmente seducente e disinibita, amante di Giulio Cesare e Marco Antonio, con quelli della, “reina troia”, dalla sensualità golosa e ironica, in una Brianza degli anni sessanta. E poi ha gettato nel calderone tutt’una serie di riferimenti letterari che spaziano da Dante Alighieri a William Shakespeare

Testori vuol dire l’incontro con una lingua vertiginosa. La parola testoriana scorre come lava torrenziale, un magma denso della carne e dei sentimenti. e. Una lingua insieme antica e nuovissima, solenne e infantile, sacrale e blasfema, impastata di latinismi, francesismi giochi di parole, di invenzioni linguistiche, spagnoleggianti che ne torcono desinenze, si innestano nel dialetto lombardo e semplici «rumori», con citazioni shakespeariane e dantesche. Dalla comprensione, ardua a volte, ma accattivante, affascinante, seducenti.

Buio in sala. Sipario calato. Sentiamo come il rumore di camion e di automobili (un’allusione alla prostituzione “mordi e fuggi” in strada?). Al levarsi del telo emerge sulla scena Cleopatràs, Anna Della Rosa: il taglio laterale della luce che apre squarci nell’oscurità, la proiettano in uno spazio siderale assoluto, come il vuoto cosmico universale, come già sospesa in un limbo post morte. La sua figura si staglia regale e statuaria, con in testa una immaginifica cofana, che ricorda il copricapo della regina Nefertiti, in un sontuoso abito da sera nera con strascico e mantello che è sembrata ricordarci in più punti la Medea della suprema Callas (costumi di Gianluca Sbicca) e una bottiglia di whisky in mano. I suoi gesti, netti e iconici. Teatrali. Disinibita, sfrontata, audace libera e spregiudicata colta nella sua ultima ora.  Cleopatràs-Della Rosa parla direttamente agli spettatori che siedono di fronte a lei con il microfono in mano, con la solennità dell’ultima regina di Egitto e la ruvidezza volgare di una Cleopatra brianzola. Cleopatràs è sola, come sarà per ognuno di noi. «Guardatemi morire», dice. Cleopatràs ha bisogno di raccontare la sua storia: la storia di una donna che ha pienamente vissuto, amato, goduto e perso irrimediabilmente. La sua verità dell’amore: chè è quella del corpo desiderante e urlante. Piange la morte di Antonio, il suo “Tugnàs”, si dispera, impreca, maledice tutto ciò che si può maledire. E sceglie la morte piuttosto che l’umiliazione di vedersi costretta in catene a sfilare dietro il vincitore Ottaviano. Ricorda i tempi lieti quando era la reina delle puttane e per lei “tiravano” / “gli imperatori tutti” / “e tutti i re”. Elenca per categorie i suoi clienti: banchieri, finanzieri, anche “qualche lesbiassa”. Ora invece è una “reina svedovata / e martoriata”.

Lo stesso Valter Malosti, nelle sue note di regia, definisce chiaramente questa sua idea di Cleopatràs : «una grande regina, gran signora, managèr, star, soubrette al tramonto di una vita grandiosa, a cui sfilano davanti agli occhi le immagini della sua vita piena di eros, di amore, di soldi, di passione e anche di tenerezza», dice lui.

Anna Della Rosa ci regala una recitazione vibrante, generosa, rabbiosa, regale, sempre sull’orlo di una straziante e perturbante ironia e disperazione. Capace di sostenere, nel corpo a corpo con la parola di testoriana, lungo settanta minuti, le provocazioni del testo, versi insieme sublimi e osceni, dando vita ad un monologo di lacerante bellezza. Che assurge a interrogazione implacabile sulla vanitas del potere e il mistero della morte. Ma anche un inno alla «porca, dolcissima, durissima, infingarda, ladra e divina vita».

Tutto accade con grande intensità e ritmo, tutto è concreto, tutto passa attraverso il corpo, dalle posture alla gestualità (cura del movimento: Marco Angelilli) mentre i sentimenti si accavallano con prepotenza. E’ l’ora in cui ci si chiede “cosa resterà di quello che si è stati in questa vita“. E ogni individuo si trova a pensare, come la protagonista, che “è brutto crepare in tutte las manieras”. Una forza in lei non vuole morire, eppure avanza nella titanica impresa di morire. É moritura, ci dice, pronta a farsi nullità. Perché in fondo “tutto ha da crepar e tornare polvere e fango”. Anche la morte si presenta alla reina come un abisso erotico, come l’ultimo orgasmo a cui ella si può abbandonare, prima di precipitare nella nullità. Cleopatra ama la morte, come un dolce amante e la morte ama Cleopatra. anche lei attirata dal suo fascino, dalla sua bellezza e sensualità. Eros si congiunge a thanatos. Nella parte finale dello spettacolo Cleopatras è seduta sul bordo del letto, indossa una sottoveste grigia, ormai spoglia d’ogni orpello di potere e di gloria, sul comodino c’è un teschio: ironico richiamo alla morte e insieme al teatro shakespeariano e per lei, su quel letto disfatto, l’aspide si trasforma nella siringa che le inietta un’overdose. Non riusciremo a dimenticare facilmente questo finale. Dopo che il buio ha decretato la fine dello spettacolo, il pubblico resta in silenzio per un micro secondo ma che è necessario per tirare il fiato. E iniziare ad applaudire. Un lungo e meritatissimo applauso.

Un commento

  1. Vero teatro con il pubblico che vive con Cleopatràs la tragedia per aver amato..troppo.
    Squarci poetici che rimandano anche al Manzoni ( i prati i monti e quel cielo di Lombardia) e graffianti riferimenti al mondo di Gadda ( con i capannoni e l’operosità locali e le ville in Brianza)..
    Un testo che si presta a tante analisi.
    Grazie per il tuo ottimo commento.

    Sandra

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